Sito Ufficiale della Democrazia Cristiana Mesagne: RICORDANDO I TRENT'ANNI DA VIA FANI
 
 
sabato 15 marzo 2008
RICORDANDO I TRENT'ANNI DA VIA FANI
IN MORO LE RAGIONI DELLA NOSTRA PASSIONE POLITICA


E’ con grande rispetto che ripenso ad Aldo Moro, rapito esattamente trent’anni fa dalle Brigate Rosse e, successivamente, ucciso in maniera barbara, criminale ed inutile, dopo che quello stesso giorno rimasero uccisi i cinque uomini della scorta dello statista Dc. Anche a loro va il pensiero addolorato e reverente per l’estremo sacrificio della vita.
Il rispetto per Aldo Moro è quello dovuto ad un maestro, ad un uomo buono e mite che ha fatto crescere tanti di noi democratici cristiani, lasciando una traccia indelebile nella nostra formazione umana e politica; scolpendo nei nostri cuori e nei nostri sentimenti una passione particolare per l’impegno politico ed affidando, al tempo stesso, alla nostra razionalità un “ metodo” per operare quotidianamente, in piena coerenza tra i principi richiamati, i fini indicati ed il modo di raggiungerli.
Soprattutto a lui dobbiamo le ragioni della nostra passione politica.
E’ quindi importante fare una premessa: vogliamo lasciare la riflessione su Aldo Moro, la sua figura, il suo pensiero ed il suo agire fuori dalla momentanea “ querelle” politica delle Elezioni dei prossimi 13 e 14 Aprile. Moro sta al di sopra di tutto ciò.
Per la mia generazione, Aldo Moro rappresenta il punto più alto raggiunto nella capacità di analisi sui problemi del Paese e la realtà politica, così come nello sforzo di comprendere i grandi movimenti culturali e sociali in grado d’innescare possenti fenomeni di innovazione e trasformazione per un’intera epoca.
Come dimenticare quella sua “ strategia dell’attenzione”. Tanto sbrigativamente tradotta nell’idea i voler fare il governo con l’allora Partito Comunista italiano. Un’invenzione di sana pianta, non giustificata da nessun passaggio presente in alcun discorso dello statista scomparso.
Non a caso, Moro parlava di una “ Terza fase” che, purtroppo, a causa del suo rapimento e della sua morte è rimasta non delineata compiutamente e che, molto probabilmente, prevedeva, in realtà, un’alternanza tra un insieme di partiti di centro ed un altro di sinistra.
La sua era “ un’attenzione” che andava ben più in profondità e riguardava le tumultuose, difficili e contraddittorie tendenze insite nella società italiana di allora. La sua era un’esigenza maturata e consolidata nel tempo, proprio alla luce della temperie culturale e sociale che interessava il nostro Paese, giunto ad un punto di svolta fondamentale nel definitivo passaggio verso una prospettiva moderna di società avanzata.
La sua “ attenzione”, del resto, costituiva una costante nel sistema delle relazioni internazionali che continuava a tessere, che avesse o meno incarichi ufficiali di governo. Sia verso il Vaticano, sia verso gli Stati Uniti d’America o l’Unione Sovietica, sia verso il composito ed articolato mondo mediorientale.
Quella stessa “ attenzione” lo aveva portato qualche anno prima, subito dopo il ’68 a rompere con i vertici del Partito che non intendevano seguirlo lungo l’accidentato sentiero dell’ascolto soprattutto dei giovani e delle parti più innovative della società italiana. In particolare, verso i giovani, Aldo Moro mostrava una propensione del tutto originale e specifica, sicuramente legata alla sua appassionata attività di docente universitario.
Moro pur di ascoltare, scelse di stare in solitudine nella Democrazia Cristiana e nel Paese. Affidava il suo pensiero a centellinati articoli di giornale che servivano, però, a dare a noi giovani democristiani d’allora, comunque, il senso della difficile militanza in un partito di Governo che rischiava palesemente la sclerosi e la perdita della propria consapevolezza nei mille rivoli dall’attività istituzionale di gestione.
Anche l’animato confronto che il Movimento Giovanile Dc ebbe con l’allora Segretario, il compianto Amintore Fanfani dev’essere collocato nell’acceso dibattito avviato nella Democrazia Cristiana, così come nell’intero Paese, e Moro ebbe per noi giovani Dc sempre una disponibilità estrema al confronto ed al dialogo, quasi riuscisse ad ottenere da noi più di quanto egli pensasse di poterci trasmettere.
Il pensiero di Moro, inizialmente solitario, poi capace di attrarre parti sempre più consistenti del Partito, consentì alla Dc di non smarrirsi di fronte alle tensioni internazionali, all’aggravarsi dello scontro sociale, alla nascita ed al drammatico svilupparsi del terrorismo.
Aldo Moro credeva nel dialogo, nel confronto. Rispettava le “ radici” dell’altro mentre coltivava e custodiva, con premura, le proprie.
Per questo, era un convinto sostenitore del sistema proporzionale. Profondamente collegato alle tradizioni “ popolari” e democristiane pensava che quel sistema elettorale avesse contribuito a collocare l’Italia in maniera irrevocabile sui binari della Democrazia. Certo, Moro credeva in quella Democrazia che mette l’accento sulla sollecitazione alla partecipazione piuttosto che sulla militanza acritica ed irrazionale, sullo scoprire le ragioni dell’altro piuttosto che l’arroccarsi su aprioristiche posizioni di principio o di potere, sulla corretta valutazione della storia di ciascuno, che veniva messo in gioco e che, pertanto, andava rispettata e salvaguardata.
Il suo modo di condurre le trattative, di essere suadente e di coinvolgere i settori più ampi della realtà politica e della società civile sono spesso stati completamente fraintesi.
Al fondo dei suoi complessi ragionamenti c’era sempre il senso della profondità dei problemi, delle loro ripercussioni sulla vita vera delle persone e sui delicati equilibri politici ed istituzionali che andavano oltre l’apparente fragilità delle coalizioni e dei rapporti tra i partiti.
Il confronto, dunque, era la vera essenza del suo operare politico. Ciò valeva per la politica interna così come per le relazioni internazionali. Moro metteva completamente in pratica, senza riserve, il famoso invito di Papa Giovanni XXIII° a non chiedere a chi incontri per strada da dove egli venga, bensì dove egli vada e, se il luogo d’arrivo dovesse coincidere, a fare il tratto di strada assieme.
Moro, penso, non avrebbe mai accettato il sistema maggioritario. A maggior ragione, mai ne avrebbe tollerato la versione oggi vigente oggi in Italia. Sarebbe inorridito nell’ascoltare un leader di partito sostenere la decisione di “ andare avanti da soli”. Già ascolterei le sue enigmatiche ma, al tempo stesso, efficaci domande: per andare dove? Per ottenere quale risultato?
Nel corso delle numerose campagne elettorali che si è trovato ad affrontare non ha mai neppure da lontano accarezzato il pensiero di indebolire i partiti alleati. Partiti minori, davvero minori. Dei quali, però, egli percepiva e rispettava i collegamenti sociali, il ruolo istituzionale ed il contributo di ricchezza che veniva per la coalizione e per il Paese intero.
Egli era un autentico politico democratico, in grado di gestire la complessità di un articolato scacchiere politico, sociale e culturale, consapevole del fatto che la mortificazione anche della più piccola componente in grado di innescare forme incontrollabili di reazioni, oltre che portare un reale vulnus a quella completezza del processo democratico, verso cui anelava.
Il suo obiettivo non era quello di realizzare un Governo con il Partito Comunista bensì di allargare compiutamente e definitivamente le basi democratiche su cui poggiava il sistema istituzionale italiano.
Moro affrontò un periodo difficile con delle grandi certezze interiori coniugate con grande pragmatismo e senso del realismo. Un grande equilibrismo politico reso possibile da una profonda cultura e da un imponente senso della realtà, unito ad una esatta valutazione sulle forze in gioco e sulle conseguenze di ogni singolo gesto compiuto.
Niente in lui era lasciato al caso. Le dichiarazioni, anche nel privato, erano sempre esternate con circospezione e cautela. Non per ambiguità, bensì per rispetto per tutto e tutti.
Uomo profondamente religioso, cristiano praticante, aveva un’idea ben chiara sui suoi doveri di politico chiamato alla sfida di tradurre in operosità laica il messaggio sociale della Chiesa. Aveva ben presente l’insieme di responsabilità che un cattolico impegnato nelle istituzioni assume nei confronti della collettività, per la quale spende tutti interi il proprio animo ed il proprio credo.
Aldo Moro credeva, così, nel rinnovamento. Un rinnovamento che, nella sua visione, riguardava assieme il Paese, il Partito e la politica in generale. Un rinnovamento che si basava su una forte tensione morale, sull’apertura alle forze nuove della società italiana. Moro dette vita, allora, al rinnovamento della Segreteria Zaccagnini. Al tempo stesso cercava di far partecipare a tale processo di rinnovamento del Partito anche quei settori più indifferenti e refrattari, se non addirittura ostili, ad ogni modifica dei meccanismi interni di rinnovamento della classe dirigente e dei sistemi di organizzazione e strutturazione dei livelli decisionali e di gestione.
Il rinnovamento di Moro, pertanto, si traduceva anche in un concreto sostegno dato al ricambio umano e generazionale sempre, però, tenendo presente la necessità di assicurare una continuità storica e funzionale con i presenze consolidate a vari livelli, all’interno della Democrazia Cristiana.
Certo, molto è cambiato da quel fatidico 16 Marzo 1978. E’ aperta ancora la discussione sul fatto che quel rapimento e quella morte siano stati utili e funzionali proprio al raggiungimento del cambiamento, altrimenti non raggiungibile per vie democratiche.
La liberalizzazione dei “ dossier” fra vent’anni, soprattutto quelli stranieri, forse, getterà nuova luce sulle motivazioni di una decisione assurda che portò alla morte di uno degli esponenti più significativi della Democrazia europea.
Oggi, sotto il profilo del dibattito politico, abbiamo sul tappeto altri temi all’ordine del giorno. A Moro, al suo pensiero, fortemente radicato nel solco popolare e democratico- cristiano, dobbiamo però ricollegarci soprattutto per quanto riguarda il funzionamento del sistema istituzionale e le impellenti risposte richieste dalla società post- industriale, oltre che dal poderoso dispiegarsi di quella “ globalizzazione” di cui egli aveva intuito l’arrivo, almeno sotto il profilo culturale e sociale.

Giuseppe Pizza
Segretario Politico nazionale
posted by segreteria Dc @ 20:35  
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